La figura di Shiva nella sua declinazione vendicativa trascende la semplice punizione per farsi strumento di un’armonia cosmica che richiede il passaggio obbligato attraverso la distruzione.
In questa veste il dio non agisce per un impulso d’ira fine a se stesso, ma si manifesta come Kalabhairava o Virabhadra per ristabilire l’equilibrio quando l’ordine etico del mondo viene profanato.
La vendetta di Shiva è una forza purificatrice che annienta l’ego e le illusioni materiali, spogliando la realtà di ogni sua sovrastruttura superflua.
Egli incarna il paradosso di una ferocia necessaria, dove il sangue versato dai demoni o dai superbi diventa il nutrimento per una nuova genesi spirituale.
Nella danza della distruzione la sua furia non è mai caotica, bensì ritmata da una logica trascendente che vede nella fine di un ciclo l’unica premessa possibile per la rinascita.
Lo sguardo del suo terzo occhio, capace di incenerire il desiderio e la corruzione, ricorda che la giustizia divina non ammette compromessi con l’oscurità dell’ignoranza.
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