Il tradimento viene spesso liquidato come un’architettura di istanti senza fondamenta, una fuga prospettica che cerca ossigeno al di fuori del perimetro domestico senza l’intenzione di abbatterne le mura.
In questa visione la deviazione non è che una parentesi fenomenologica, un intervallo in cui l’individuo sperimenta una versione di sé priva di responsabilità storica e proiettata in un presente assoluto.
Tuttavia questa interpretazione riduzionista ignora la densità del trauma che l’atto genera nel tessuto della relazione condivisa.
Quella che per uno è una semplice divagazione, per l’altro diventa una riscrittura violenta del passato, un’irruzione del disordine che frantuma la continuità estetica e morale del legame.
La questione centrale risiede nella percezione del tempo: se il traditore vive l’evento come un frammento isolato, chi lo subisce lo percepisce come una macchia d’inchiostro che si espande retroattivamente su ogni ricordo.
Non si tradisce mai solo il presente, ma si altera la natura stessa della verità che si credeva di aver costruito insieme pezzo dopo pezzo.
Forse il tradimento non è mai davvero temporaneo, perché ogni deragliamento lascia una traccia indelebile nella memoria dello spazio pubblico e privato dei due soggetti.
Esso agisce come un silenzio improvviso in una partitura complessa, un vuoto che trasforma definitivamente la melodia successiva rendendola incapace di tornare alla purezza del tema originale.
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