Piero Villani


La Monthly Review

La Monthly Review non è semplicemente una testata, ma un presidio di resistenza intellettuale che attraversa i decenni senza cedere alle lusinghe della cronaca effimera.

Fondata nel 1949 a New York, in un clima segnato dalle tensioni della Guerra Fredda, questa rivista ha saputo costruire una genealogia del pensiero critico che trova in Albert Einstein il suo primo, illustre testimone.

Il suo approccio al reale non si esaurisce nella denuncia, ma si articola in una scomposizione anatomica del capitalismo, inteso come forza che plasma non solo l’economia, ma anche la percezione visiva e lo spazio sociale che abitiamo.

Leggere oggi la Monthly Review significa immergersi in una profondità analitica che rifiuta la frammentazione tipica dell’informazione digitale contemporanea.

Mentre il mondo dell’arte spesso si limita a riflettere l’estetica del disordine, le pagine della rivista cercano di rintracciare le strutture profonde che governano questo caos, offrendo una bussola per orientarsi tra le macerie del neoliberismo e le urgenze della crisi ecologica globale.

È una narrazione che procede per analisi lunghe e meditate, dove ogni punto fermo segna un momento di riflessione necessario prima di affrontare la complessità del paragrafo successivo.

In questa prospettiva, la rivista americana e la nostra sensibilità culturale si incontrano nella comune volontà di non subire passivamente il presente, ma di interpretarlo attraverso un rigore metodologico che trasforma l’osservazione in atto politico e la critica in una forma di arte sociale.

Si tratta di un esercizio di sguardo che, proprio come accade nelle analisi estetiche più colte, cerca di svelare ciò che è nascosto sotto la superficie dell’immagine e del fatto di cronaca.

avviso “Il testo e le riflessioni contenuti in queste pagine sono parte esclusiva dell’archivio di pierovillani.com. La riproduzione non autorizzata ne altera l’integrità concettuale ed è vietata.”

Monthly Review, rivista indipendente fondata a New York nel 1949 da Leo Huberman e Paul Sweezy.

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