La dimensione domestica degli alti ufficiali SS durante il nazismo incarna una normalità agghiacciante che poggia sulla scissione assoluta tra l’orrore burocratico dello sterminio e l’idillio privato della sfera borghese.
La casa non era soltanto un’abitazione, ma un fortino ideologico in cui la brutalità esterna veniva filtrata e trasformata in una quiete agiata, dove il carnefice poteva spogliarsi dell’uniforme per indossare i panni del padre premuroso e del marito devoto.
L’esempio emblematico di questa dicotomia è rappresentato dalla famiglia di Rudolf Höss, che viveva in una villa confinante con le recinzioni di Auschwitz, dove il confine tra un giardino curato nei minimi dettagli e la cenere dei crematori era segnato solo da un sottile muro di cinta.
In questo spazio protetto, la moglie Hedwig coltivava un paradiso vegetale grazie al lavoro forzato dei prigionieri, vivendo in una bolla di benessere che lei stessa definiva un sogno, totalmente indifferente all’inferno che si consumava a pochi metri di distanza.
La struttura familiare rifletteva i dogmi più rigidi della propaganda nazionalsocialista, imponendo una divisione dei ruoli che confinava la donna alla cura della casa e della prole mentre l’uomo agiva come braccio armato del regime.
I prigionieri del campo venivano integrati nella quotidianità domestica come semplici servitori, oggetti invisibili che permettevano ai bambini SS di crescere in un ambiente ordinato, educati fin dall’infanzia al culto della razza superiore e alla naturalezza del privilegio.
Questa quotidianità rivela come la banalità del male si nutrisse di gesti minimi e affetti familiari, permettendo agli ufficiali di gestire la dissonanza cognitiva tra il genocidio e la lettura di una fiaba serale ai propri figli.
L’estetica della casa serviva a cancellare la traccia del sangue, trasformando il domicilio in un luogo di rimozione collettiva dove la ferocia diventava un’incombenza professionale da lasciare fuori dalla porta di ingresso.
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