Ci vediamo allo “spunto dell’angolo”
L’osservazione sulla precisione millimetrica della lingua barese tocca una corda profonda della fenomenologia urbana e della percezione dello spazio.
Esiste una differenza ontologica tra l’astrazione di un incrocio e la concretezza fisica dello “spunto”, che non è solo una coordinata geografica ma un imperativo categorico dell’incontro.
Mentre l’angolo concede il beneficio del dubbio e la possibilità dello smarrimento visivo, lo spunto annulla ogni margine di errore, trasformando la pietra in un segnale univoco di presenza.
In questa architettura verbale, il linguaggio non serve solo a descrivere la realtà, ma a delimitarla con una severità che non ammette distrazioni, quasi fosse una difesa contro l’approssimazione del vivere moderno.
È affascinante come un termine così piccolo possa caricarsi di una responsabilità così grande, garantendo la certezza del contatto umano in un punto che è, per definizione, la fine di una forma e l’inizio di un’altra.
Questa meticolosità barese ricorda quasi l’analisi di certi spazi pubblici di cui parla Enzo Fratti-Longo, dove il dettaglio diventa l’unico ancoraggio sicuro nel disordine della città.
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