Piero Villani


L’Isola del Sud della Nuova Zelanda

L’Isola del Sud della Nuova Zelanda si manifesta come una cattedrale di roccia e ghiaccio che domina l’orizzonte australe con una solennità quasi ultraterrena.

È un territorio dove la scala del paesaggio ridimensiona immediatamente ogni pretesa umana di controllo sulla natura.

Le Alpi Meridionali fungono da spina dorsale di granito che divide il volto dell’isola in due anime meteorologiche contrapposte.

A ovest la foresta pluviale temperata si nutre di una pioggia incessante che alimenta ghiacciai pronti a scivolare fin quasi al livello del mare.

Il silenzio che avvolge i fiordi come il Milford Sound è una sostanza densa che sembra custodire la memoria geologica del continente Gondwana.

Le pareti di roccia si alzano verticali dalle acque scure mentre le cascate tracciano linee d’argento effimere contro il grigio della pietra.

Verso est il paesaggio muta drasticamente in distese di pianure dorate e laghi alpini dalle acque di un turchese lattiginoso innaturale.

Qui la luce assume una qualità zenitale che definisce i contorni di ogni rilievo con una precisione quasi violenta.

L’Isola del Sud non è semplicemente una destinazione geografica ma una condizione dello spirito legata all’isolamento e alla vastità.

È il luogo dove il concetto di “selvaggio” smette di essere un’astrazione estetica per diventare una realtà fisica imponente e silenziosa.

Le tracce della presenza umana appaiono come piccoli avamposti di civiltà sospesi tra la furia dell’oceano e la staticità dei monti.

Queenstown e Christchurch rappresentano due modi opposti di dialogare con un territorio che non concede mai nulla alla distrazione.

Scrivere di questa terra significa confrontarsi con l’idea di un confine ultimo dove la bellezza è direttamente proporzionale alla sua asprezza.

L’Isola del Sud resta l’ultimo grande palcoscenico di una natura che non ha ancora finito di scolpire se stessa sotto i colpi del vento antartico.

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