Il pianto del potere criminale non è mai una manifestazione di fragilità umana, ma il riflesso di una solitudine ontologica che si consuma nel vuoto di un dominio assoluto quanto precario.
In questo pianto si condensa la tragedia di chi ha scambiato la libertà con una sovranità claustrofobica, costruita su mura di cemento e logiche di sangue che alla fine non risparmiano nemmeno chi le ha erette.
Le lacrime dei boss diventano così una fenomenologia del disordine interiore, il momento in cui la maschera del comando cede di fronte all’ineluttabilità della fine o al tradimento dei propri legami primordiali.
È una commozione che spesso cerca legittimazione in un’estetica della presenza quasi sacrale, dove il dolore viene esibito per riaffermare un’umanità che la ferocia quotidiana ha sistematicamente negato.
In questo scenario la vulnerabilità si trasforma in un’immagine paradossale, un’iconografia del disagio che si manifesta tra lo sfarzo pacchiano dei bunker e il grigiore delle celle di isolamento.
Dietro quel pianto non c’è sempre il pentimento, ma spesso il rimpianto per un’egemonia perduta, la constatazione amara che persino il controllo totale non può proteggere dall’abisso del silenzio e dall’oblio sociale.
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