Piero Villani


La sperequazione selvaggia

La sperequazione selvaggia non è un semplice scarto statistico tra ricchezza e povertà, ma rappresenta una frattura ontologica che ridefinisce i confini della cittadinanza e dell’appartenenza sociale.

In questa asimmetria estrema, il divario cessa di essere una questione puramente economica per trasformarsi in una forma di violenza invisibile, capace di erodere la coesione urbana e i legami di solidarietà preesistenti.

L’accumulo smisurato di risorse in poli isolati genera una fenomenologia del disordine visivo, dove il lusso più sfrenato convive con la marginalità più cruda, separati da barriere che non sono solo fisiche ma anche simboliche e culturali.

Questa condizione di squilibrio permanente altera la percezione dello spazio pubblico, riducendolo a un campo di forze contrapposte in cui l’identità individuale viene schiacciata dalla propria posizione all’interno di una gerarchia di consumo sempre più spietata.

In un contesto simile, l’estetica della presenza diventa un atto politico necessario, un modo per rivendicare un’esistenza che vada oltre il semplice dato numerico o la marginalizzazione sistemica prodotta dal capitale globale.

Il silenzio delle immagini, di fronte a tale disparità, rischia di diventare complicità, rendendo urgente una riflessione critica che sappia decodificare le nuove geografie del disagio e le forme di resistenza che nascono spontaneamente nelle periferie del senso.

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