L’enigma dell’uomo con la maschera di ferro attraversa i secoli come una ferita aperta nel cuore del Grand Siècle francese.

Non è soltanto il racconto di una prigionia ma la cronaca di una cancellazione identitaria deliberata e implacabile.

Nelle segrete di Pinerolo e poi della Bastiglia si consumò il destino di un prigioniero a cui fu negato persino lo sguardo dei propri carcerieri. L’acciaio o il velluto della maschera non servivano a infliggere dolore fisico quanto a proteggere un segreto capace di far tremare le fondamenta del trono di Luigi XIV.

Dietro quel silenzio imposto si è ipotizzato di tutto dal fratello gemello del Re Sole a un figlio illegittimo o a un ministro caduto in disgrazia.

La figura del prigioniero diventa così l’archetipo dell’ombra che accompagna il potere assoluto e ne rivela la fragilità intrinseca.

Egli rappresenta il rimosso della storia ufficiale ovvero ciò che deve restare invisibile affinché l’immagine del sovrano splenda senza macchie.

Ancora oggi la sua cella vuota interroga la nostra coscienza sulla natura della giustizia e sull’arbitrio del comando.

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