L’opera di Piero Tredici (1928–2011) si configura come un’indagine spietata e visionaria sulla condizione umana, muovendosi tra la lezione di Francis Bacon e una sensibilità profondamente radicata nella terra toscana.
Nato a Sesto Fiorentino, l’artista attraversa il secondo Novecento rifiutando le etichette di comodo: sebbene inizialmente accostato al neorealismo, la sua pittura rivela presto una natura metafisica e tragica, dove il corpo umano diventa il teatro di una violenza, spesso silenziosa, che si consuma nello spazio pubblico e privato.
Percorso e Visione Estetica
La sua formazione inizia con la scultura sotto la guida di Bruno Innocenti, ma è l’incontro con le deformazioni espressive di Picasso e Bacon a segnare la svolta definitiva verso la pittura.
Negli anni Sessanta e Settanta, Tredici esplora il rapporto conflittuale tra uomo e macchina, per poi approdare ai celebri cicli dei “mirini” e dei “delitti occultati”.
Queste opere non sono semplici cronache sociali, ma frammenti di un’inquietudine esistenziale che trasforma la tela in un luogo di osservazione clinica e, al contempo, poetica.
I Cicli della Maturità
Nella fase più avanzata della sua carriera, l’artista si confronta con i grandi testi classici e sacri, reinterpretandoli attraverso una lente di estremo pessimismo critico.
• Suite per Antigone: una riflessione sulla resistenza e sul sacrificio che rimane tra i suoi lavori più celebrati.
• Le Georgiche: uno studio su Virgilio dove la natura non è idillio, ma scenario di una tragicità arcaica e ineludibile.
• I Prodigi e la Passione: le opere ultime, segnate da un senso di morte dominante e da una riflessione sulla solitudine sociale.
Una Lingua di Resistenza
La critica ha spesso sottolineato come Tredici sia stato uno degli ultimi esponenti di un’arte “impegnata” nel senso più nobile del termine.
Il suo stile, sorretto da una tenuta formale rigorosa, non concede nulla al decorativismo, preferendo l’analisi del “garbuglio” dell’esistere e della decadenza culturale contemporanea.
È una pittura che chiede allo spettatore non solo di guardare, ma di abitare la desolazione dei suoi cieli senza promesse per ritrovarvi una scintilla di verità umana.
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