Piero Villani


Comunismo di facciata ma l’Ungheria ti aspetta ancora

Osservo certe figure che, con una spregiudicatezza disarmante, sbandierano un comunismo di facciata solo per aprirsi un varco verso i palazzi del prestigio internazionale.

Non vedo una reale adesione ideale, ma una maschera logora utilizzata come lasciapassare per occupare poltrone che dovrebbero appartenere a chi ha mani e coscienza pulite.

È l’anima lercia di chi ha sfiorato l’abisso della galera a vita e ora tenta di ripulirsi attraverso il potere istituzionale.

Questa metamorfosi, che trasforma la violenza di un tempo in una presunta superiorità morale, mi appare come il tradimento ultimo di ogni valore civile e politico.

Trovo inaccettabile che le istituzioni globali diventino il rifugio dorato per chi ha costruito la propria carriera sul conflitto e sulla finzione ideologica.

Rivendicare una purezza che non esiste, mentre si scalano le vette di un sistema che si dice di voler combattere, rivela soltanto un cinismo senza confini e una totale mancanza di vergogna.

Provo un profondo disgusto davanti al silenzio complice delle istituzioni che spalancano le porte a simili figure.

Questi organismi internazionali, che dovrebbero essere i custodi della democrazia e della legalità, si trasformano in un ufficio di collocamento per chi ha fatto del disordine e della violenza il proprio marchio di fabbrica.

Mi chiedo come sia possibile che apparati così complessi e selettivi ignorino deliberatamente un passato che puzza di fango e di galera.

Questa accoglienza non è una svista, ma una scelta politica precisa che preferisce il simbolo ideologico alla dignità delle persone oneste.

Vedere queste figure aggirarsi nei corridoi del potere, protette da immunità e privilegi, è uno schiaffo in pieno volto a chi crede ancora nella giustizia.

Le istituzioni, tacendo e legittimando, diventano esse stesse lo specchio di quella mancanza di integrità che fingono di combattere nei loro trattati internazionali.

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