Piero Villani


La metamorfosi della sinistra

La metamorfosi della sinistra si configura come un passaggio traumatico dall’epica del conflitto sociale alla cronaca minuta del risentimento.

Ieri la politica era una forma di architettura storica, capace di proiettare il destino delle masse verso un orizzonte di emancipazione collettiva e di progresso strutturale.

Il pensiero si nutriva di analisi profonde e di una cultura del ricordo che fungeva da bussola per l’azione presente, ancorando ogni decisione a una visione del mondo coerente.

Oggi, quella spinta ideale sembra essersi ripiegata su se stessa, trasformandosi in una gestione asfittica del quotidiano dove il pettegolezzo sostituisce la strategia.

L’inazione attuale è il sintomo di un’identità che ha smarrito il contatto con il proprio corpo sociale, rifugiandosi in un chiacchiericcio autoreferenziale privo di slancio vitale.

Gli accordi con gruppi disfattisti non sono più alleanze tattiche per il cambiamento, ma sembrano piuttosto espedienti di sopravvivenza che minano la dignità della proposta politica originale.

Vivere il parlamento con uno spirito di sciacallaggio significa tradire la funzione stessa delle istituzioni, riducendo lo scontro democratico a una guerriglia di basso profilo alimentata dal livore.

In questo scenario, la parola politica puzza di una stanchezza morale che non riesce più a farsi carico delle speranze popolari, preferendo la distruzione dell’avversario alla costruzione di un’alternativa.

Il distacco tra il ieri e l’oggi segna dunque la fine di una stagione in cui la sinistra era sinonimo di futuro e di cultura, per farsi oggi espressione di una crisi di senso che appare quasi irreversibile.

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