L’ostinazione si manifesta come una sclerosi della volontà, una forza che smette di essere propulsiva per farsi puramente d’attrito.
È quella resistenza cieca che trasforma il carattere in una gabbia dorata, dove il soggetto preferisce il naufragio alla rettifica della rotta intrapresa.
In questa dinamica interiore, la coerenza cessa di essere una virtù etica per scivolare verso una patologia della percezione.
Quando l’ostinato si arrocca sulle proprie posizioni, non sta difendendo una verità, ma sta tentando disperatamente di preservare l’integrità del proprio ego contro l’erosione del dubbio.
Il sapore dell’ostinazione è metallico e amaro, privo di quella fluidità che permette al pensiero di adattarsi alle pieghe del reale.
Essa nega il valore del silenzio riflessivo, sostituendolo con un rumore di fondo fatto di giustificazioni circolari che non portano mai a una sintesi superiore.
Nella fenomenologia del comportamento umano, questa “brutta bestia” è il sintomo di una paura profonda verso l’ignoto e verso il cambiamento.
L’ostinato teme che, cedendo anche solo un millimetro di terreno logico, l’intera architettura della sua identità possa crollare sotto il peso del mondo.
Eppure, solo attraverso la fessura aperta dal cedimento può filtrare quella luce necessaria a una nuova comprensione delle cose.
La vera forza risiede dunque nella capacità di deporre le armi dell’orgoglio per lasciarsi attraversare dall’evidenza dei fatti.
avviso “Il testo e le riflessioni contenuti in queste pagine sono parte esclusiva dell’archivio di pierovillani.com. La riproduzione non autorizzata ne altera l’integrità concettuale ed è vietata.”
Lascia un commento