La politica che abdica al suo ruolo di architettura sociale smette di essere il disegno collettivo di una comunità per farsi frammento, un’espressione isolata che non riesce più a tenere insieme le spinte centrifughe della modernità.
In questo vuoto pneumatico il rigore della progettazione viene sostituito dalla velleità del momento, lasciando che le strutture portanti del vivere comune si sgretolino sotto il peso di un individualismo che non conosce più il senso del limite.
Senza una visione che sia al contempo solida e pragmatica, l’azione politica si riduce a un esercizio di presunzione intellettuale, dove la bellezza formale del discorso maschera l’incapacità cronica di incidere sulla realtà dei fatti.
L’architettura sociale esige invece una conoscenza profonda dei materiali umani, una pazienza costruttiva che non appartiene a chi cerca il consenso immediato attraverso la semplificazione o l’arroganza di una superiorità morale presunta.
Quando viene meno questa funzione regolatrice, lo spazio pubblico si trasforma in un ammasso di macerie ideologiche dove ognuno rivendica il proprio piccolo diritto, ignorando che senza una struttura condivisa ogni libertà individuale è destinata a crollare.
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