Piero Villani


L’incomprensione che circonda il linguaggio di Pier Luigi Bersani

L’incomprensione che circonda il linguaggio di Pier Luigi Bersani nasce spesso da un cortocircuito tra la pretesa di un’analisi politica moderna e l’uso di un codice arcaico, quasi rurale, che molti scambiano per saggezza popolare.

Le sue celebri metafore, dai giaguari da smacchiare alle mucche nei corridoi, appaiono come frammenti di un’Italia che non esiste più, un umorismo da palcoscenico rionale che tenta invano di dare una forma concreta a concetti che restano vaghi e velleitari.

In questa narrazione il rigore del pensiero politico viene sacrificato sull’altare dell’allusione continua, creando un labirinto di paragoni paradossali dove il senso ultimo delle cose si perde nel rumore di una sagacia presunta.

Il livore che emerge verso lo schieramento opposto non ha la forza della critica costruttiva, ma sembra piuttosto lo sfogo di una vecchia guardia che non accetta il tramonto della propria egemonia culturale, rifugiandosi in un’invettiva che appare stanca e priva di reale mordente sociale.

L’efficacia che molti gli attribuiscono è forse solo il riflesso di una nostalgia per una politica fatta di simboli e appartenenze, ma per chi osserva con occhio distaccato resta solo il suono di un parlare strano, una maschera che non riesce più a nascondere l’assenza di un’architettura progettuale per il futuro.

Questa incapacità di farsi comprendere rivela la distanza siderale tra una certa sinistra e la realtà del lavoro, dove il linguaggio dovrebbe essere uno strumento di precisione e non un gioco di prestigio per addetti ai lavori.

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