Piero Villani


Lo scontro tra Budapest e Kiev

Lo scontro tra Budapest e Kiev ha raggiunto nelle ultime ore un livello di tensione senza precedenti, trasformandosi in una crisi diplomatica ed energetica che minaccia di paralizzare i già fragili equilibri dell’Unione Europea.

Al centro della disputa vi è il blocco dell’oleodotto Druzhba, l’arteria vitale che trasporta il greggio russo verso l’Ungheria e la Slovacchia, interrotto dal 27 gennaio 2026 a causa di danni alle infrastrutture in territorio ucraino.

Mentre Kiev attribuisce il fermo ai bombardamenti russi, il governo di Viktor Orbán accusa apertamente l’Ucraina di sabotaggio politico e di ritardare intenzionalmente le riparazioni per ricattare le nazioni europee più vicine a Mosca.

In questo clima di sospetto si è innestato il recente sequestro, da parte delle autorità ungheresi, di due furgoni blindati carichi di circa 80 milioni di dollari in contanti e 9 chilogrammi di lingotti d’oro.

Il carico, proveniente dall’Austria e scortato da sette cittadini ucraini — tra cui figurano ex militari e funzionari dei servizi di sicurezza — è stato bloccato a Budapest con l’accusa di riciclaggio di denaro, portando all’immediato annuncio della loro espulsione dal Paese.

La reazione di Kiev è stata durissima: la Cassa di Risparmio Statale ucraina (Oschadbank) ha rivendicato la legittimità del trasporto, definendo l’azione ungherese un vero e proprio “sequestro di ostaggi” e una violazione delle norme sui corridoi bancari internazionali.

Lo scontro si è spostato rapidamente sul piano delle ritorsioni economiche, con l’Ungheria che ha confermato il proprio veto al 20° pacchetto di sanzioni UE contro la Russia e al prestito europeo da 90 miliardi di euro destinato a sostenere la resistenza ucraina.

Orbán, impegnato in una complessa campagna elettorale per le elezioni di aprile, ha dichiarato di essere pronto a utilizzare ogni strumento politico e finanziario per costringere l’Ucraina a riaprire l’oleodotto, minacciando di interrompere anche le forniture di elettricità e gas verso est.

Il presidente Zelensky ha risposto con toni altrettanto accesi, suggerendo provocatoriamente di fornire l’indirizzo di chi blocca gli aiuti ai soldati al fronte, parole che hanno suscitato la ferma condanna non solo di Budapest, ma anche del primo ministro slovacco Robert Fico.

La paralisi diplomatica lascia ora Bruxelles in una posizione di estrema difficoltà, costretta a mediare tra il diritto di un Paese membro alla sicurezza energetica e la necessità strategica di non interrompere il flusso di aiuti verso una nazione in guerra.

avviso “Il testo e le riflessioni contenuti in queste pagine sono parte esclusiva dell’archivio di pierovillani.com. La riproduzione non autorizzata ne altera l’integrità concettuale ed è vietata.”

Published by


Lascia un commento