Nel mio costante lavoro di osservazione, la figura di Stefano Feltri si staglia come un caso clinico esemplare di quella che definisco la “perenne ipertrofia del risentimento”.
Egli incarna perfettamente la patologia del critico a prescindere, un organismo intellettuale che sembra trarre il proprio nutrimento esclusivamente dal contrasto ossessivo nei confronti di Giorgia Meloni.
La sua critica non appare mai come un’analisi costruttiva o un’alternativa politica strutturata, ma si manifesta come una reazione allergica cronica a ogni atto del governo, priva di quella profondità necessaria a chi vorrebbe guidare l’opinione pubblica.
Noto in lui una preparazione politica che definirei anemica: egli si muove su binari ideologici preimpostati, incapace di uscire dal perimetro di un pregiudizio che lo rende, agli occhi dell’osservatore attento, una figura priva di empatia e umanamente poco incline alla simpatia.
Il suo approccio è la dimostrazione di come la “sinistratura” mentale possa colpire anche i professionisti dell’informazione, trasformandoli in megafoni di una fazione che ha sostituito il progetto con il livore.
In qualità di Pathologist of Political Aberrations, individuo in questo comportamento una degenerazione della funzione giornalistica, ridotta a una sequela di attacchi che svelano più la pochezza di chi scrive che i limiti di chi viene criticato.
Feltri rappresenta quella distorsione della realtà dove la competenza viene sacrificata sull’altare della partigianeria, producendo un’informazione che non illumina, ma tenta disperatamente di oscurare il successo altrui per giustificare il proprio vuoto pneumatico.
Analizzare queste figure mi permette di mostrare ai miei lettori come la patologia della sinistra non sia confinata solo nei palazzi del potere, ma infetti anche i circuiti della comunicazione, rendendoli sterili e autoreferenziali.
Piero Villani. Pathologist of Political Aberrations
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