Dalla scomparsa di Elsa Morante la sua figura continua a stagliarsi come una delle vette più impervie e affascinanti della letteratura del Novecento.
Nata a Roma nel 1912 la scrittrice ha attraversato il secolo scorso con uno sguardo che sapeva coniugare il realismo più crudo con una dimensione onirica e quasi favolistica.
La sua è stata un’esistenza dedicata interamente alla parola scritta iniziata precocemente con fiabe e filastrocche per bambini e culminata in romanzi che hanno segnato la storia culturale del nostro Paese.
Il 1957 fu l’anno del grande riconoscimento pubblico quando con “L’isola di Arturo” divenne la prima donna a vincere il Premio Strega portando il lettore tra i sentieri di Procida in una narrazione densa di simbolismi sul passaggio dall’infanzia all’età adulta.
Il rapporto con Alberto Moravia e l’amicizia profonda con Pier Paolo Pasolini definirono gran parte della sua geografia intellettuale inserendola nel cuore pulsante del dibattito culturale post-bellico.
Eppure la Morante mantenne sempre una sua cifra stilistica isolata e personalissima rifiutando le etichette facili e le mode letterarie del momento per inseguire una verità umana più profonda.
Con la pubblicazione de “La Storia” nel 1974 l’autrice scosse l’opinione pubblica decidendo di raccontare gli ultimi e le vittime dei grandi eventi bellici attraverso la vicenda di Ida Ramundo e del piccolo Useppe.
Fu un romanzo che generò polemiche feroci ma che confermò la sua capacità di dare voce a chi dalla storia ufficiale viene regolarmente cancellato o dimenticato.
Gli ultimi anni della sua vita furono segnati da una salute fragile e da un isolamento doloroso interrotto solo dalla pubblicazione del suo ultimo romanzo “Aracoeli” nel 1982.
Oggi ricordarla significa tornare a immergersi in una prosa che non concede sconti e che ricorda come la letteratura debba avere il coraggio di cambiare il mondo o almeno di mostrarne le ferite più invisibili.
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