L’universo di Mimmo Rotella si snoda attraverso una stratificazione cromatica che non è mai puramente decorativa, ma agisce come un dispositivo di scavo nella memoria collettiva.

Il colore nei suoi décollage non emerge come una stesura piatta o accademica, bensì come un frammento di realtà urbana che riaffiora violento e consumato sotto i colpi di unghie e lamette.

Questa dimensione cromatica vive di contrasti feroci, dove il rosso di una pubblicità cinematografica o il blu di un marchio commerciale si mescolano al grigio sporco dei muri.

Il sogno, in questa prospettiva, non va inteso come un’evasione onirica tradizionale, ma come la proiezione del desiderio industriale che si sgretola nel tempo.

L’opera di Rotella cattura quell’istante in cui il mito del consumo perde la sua perfezione lucida per farsi sostanza psichica, trasformando icone come Marilyn o Elvis in apparizioni spettrali.

È un processo di scomposizione dove l’immagine sognata dal pubblico diventa una traccia materica, un residuo che fluttua tra la nostalgia e la critica sociale.

Il colore assume quindi una funzione quasi sciamanica, capace di evocare la vitalità di un’epoca attraverso la sua stessa decomposizione.

L’artista non dipinge il sogno, lo libera grattando via gli strati di carta che soffocano l’intuizione visiva originaria.

In questo modo, la superficie del quadro diventa un campo di battaglia dove la brillantezza del pigmento e la rugosità dello strappo coesistono in un equilibrio instabile e affascinante.

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