La schizofrenia strisciante, nota in russo come vjalotekuščaja šizofrenija, rappresenta il vertice dell’uso della psichiatria come arma di repressione politica nell’Unione Sovietica tra gli anni Sessanta e Ottanta.
Questa diagnosi fu teorizzata da Andrej Snežnevskij, allora a capo dell’Istituto di Psichiatria dell’Accademia delle Scienze Mediche dell’URSS, per descrivere una forma di disturbo mentale i cui sintomi erano quasi invisibili all’osservazione clinica comune.
Secondo questa dottrina la malattia non si manifestava con deliri o allucinazioni evidenti, ma attraverso una presunta trasformazione della personalità che portava il soggetto a sviluppare un pensiero ossessivo o critico nei confronti della realtà circostante.
Il paradosso di questa categoria diagnostica risiedeva nel fatto che il comportamento razionale, la tenacia nelle proprie idee e persino la lotta per i diritti civili venivano interpretati come segni precoci di una patologia latente.
In questo modo il dissenso politico veniva trasformato in un problema di salute pubblica, permettendo alle autorità di internare gli oppositori nei psichbol’nicy, gli ospedali psichiatrici speciali gestiti dal Ministero degli Interni.
Questa pratica garantiva allo Stato una neutralizzazione del nemico molto più efficace della prigione, poiché il paziente poteva essere sottoposto a trattamenti farmacologici forzati con neurolettici senza limiti di tempo definiti da una sentenza.
L’internamento psichiatrico serviva inoltre a delegittimare il contenuto delle proteste, poiché le rivendicazioni di libertà venivano liquidate come manifestazioni di un io frammentato e incapace di comprendere la corretta evoluzione della società.
La comunità internazionale isolò la psichiatria sovietica solo negli anni Ottanta, quando emersero prove schiaccianti del carattere puramente ideologico di queste diagnosi che non trovavano alcun riscontro nei criteri scientifici mondiali.
Oggi la memoria della schizofrenia strisciante rimane un monito fondamentale sui rischi di una scienza che rinuncia alla sua autonomia etica per mettersi al servizio della conservazione del potere.
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