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L’oggettività nel servizio sociale

L’oggettività nel servizio sociale non è un dato acquisito una volta per tutte, ma il risultato di una vigilanza costante sui propri processi mentali.

Il rischio di distorsione nasce quando l’operatore smette di osservare l’altro come un soggetto unico, iniziando invece a incasellarlo in categorie predefinite che appartengono più al bagaglio culturale di chi aiuta che alla realtà di chi è aiutato.

Questa proiezione ideologica crea una barriera invisibile che impedisce una reale comprensione dei bisogni.

Se un assistente sociale interpreta una dinamica familiare basandosi esclusivamente sui propri canoni di “normalità” borghese o religiosa, finisce per sanzionare stili di vita diversi invece di valutarne l’efficacia funzionale o il benessere effettivo dei componenti.

L’errore metodologico risiede spesso nella confusione tra il piano dei fatti e quello dei valori.

Mentre i fatti sono evidenze riscontrabili, i valori sono bussole personali che, se non filtrate dalla consapevolezza professionale, diventano pregiudizi che soffocano l’ascolto e portano a interventi standardizzati o, peggio, discriminatori.

Per contrastare questa deriva è fondamentale la pratica della supervisione e dell’auto-riflessività.
Riconoscere le proprie “lenti” non significa eliminarle, operazione del resto impossibile per ogni essere umano, ma imparare a metterle a fuoco per evitare che offuschino la dignità e la verità della storia dell’altro.

In che modo ritieni che le istituzioni possano proteggere l’operatore da questa deriva soggettiva senza limitarne l’autonomia professionale?

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