L’alabastro di Volterra

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Rappresenta una delle sintesi più alte tra la geologia del territorio toscano e la millenaria sapienza artigianale dell’uomo.
Questa pietra calcarea tenera, formatasi circa sei milioni di anni fa nel periodo miocenico, si distingue nettamente dall’alabastro orientale per la sua composizione gessosa di solfato di calcio diidrato.
La caratteristica principale che lo rende unico nel panorama scultoreo è la sua straordinaria duttilità, unita a una trasparenza lattiginosa che permette alla luce di penetrare la materia, conferendo ai manufatti una parvenza quasi vitale.
La storia di questo materiale si intreccia indissolubilmente con la civiltà etrusca, che per prima ne intuì le potenzialità plastiche ed estetiche, utilizzandolo per la creazione di urne cinerarie decorate con bassorilievi mitologici.
I maestri volterrani seppero sviluppare una tecnica estrattiva e di intaglio che ha superato i secoli, attraversando il Rinascimento fino a raggiungere l’apice commerciale e artistico tra il Settecento e l’Ottocento.
In quel periodo la città si trasformò in una vera e propria officina a cielo aperto, capace di esportare manufatti in tutto il mondo grazie alla versatilità stilistica dei suoi artigiani.
Oggi la lavorazione dell’alabastro vive una complessa fase di transizione, sospesa tra la salvaguardia di un patrimonio tradizionale unico e la necessità di dialogare con i linguaggi del design contemporaneo.
La varietà dei filoni estrattivi, dal pregiato “bardiglio” venato al purissimo “scaglione”, offre ancora agli scultori una tavolozza materica di rara suggestione visiva.
La sfida attuale risiede proprio nel sottrarre questa pietra alla dimensione del souvenir seriale, restituendole quel ruolo di nobile medium espressivo che possiede fin dall’antichità.

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