Estetica del Fascismo

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L’estetica del fascismo non si è configurata come un semplice apparato decorativo o propagandistico

ma è stata l’essenza stessa del regime, che ha cercato di trasformare la politica in un’opera d’arte totale attraverso la spettacolarizzazione e la ritualizzazione della vita pubblica.

Questo processo di estetizzazione della politica, mirabilmente intuito da Walter Benjamin, ha trovato il suo fulcro nel mito della romanità, intesa non tanto come fedeltà storica, quanto come serbatoio di simboli universali di potenza, ordine e monumentalità da proiettare nel futuro.

L’architettura e l’urbanistica sono state i linguaggi privilegiati di questa visione, esprimendosi attraverso un dualismo dialettico tra il recupero del classicismo monumentale e l’adesione alle linee pulite, geometriche e razionali del modernismo, come dimostrano i progetti per l’EUR a Roma o le opere di architetti come Giuseppe Terragni.

Il regime non ha imposto un unico stile artistico di stato, ma ha saputo assorbire e strumentalizzare le avanguardie, in particolare il Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti, dal quale ha mutuato l’esaltazione della velocità, della macchina, del dinamismo giovanile e della violenza rigeneratrice.

Attraverso le grandi mostre di massa, i raduni oceanici e una rigorosa regia dei corpi nello spazio pubblico, il fascismo ha cercato di plasmare l’antropologia del cittadino, riducendo le masse a materia grezza da scolpire secondo una precisa volontà di potenza e di sottomissione estetica.

avviso “Il testo e le riflessioni contenuti in queste pagine sono parte esclusiva dell’archivio di pierovillani.com. La riproduzione non autorizzata ne altera l’integrità concettuale ed è vietata.”

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