Ricordo ancora nitidamente le storie che mi raccontavano da bambino, seduto sulle ginocchia di mia nonna, proprio qui, nel cuore pulsante di Bari Vecchia. Mi parlava di tempi andati, di usanze curiose e di una colonna, una singolare testimone di giustizia e, ahimè, anche di umana fragilità.
Un tempo, in questa vivace città che amo, quando un’ombra di insolvenza o di fallimento si allungava su un mercante o un cittadino, la pena non era quella, forse più sbrigativa, della gogna comune ad altre terre. No, qui a Bari si seguiva un rituale più… diciamo, espositivo. I malcapitati venivano condotti con una certa solennità fino a una colonna eretta proprio nel cuore del Mercato, la pulsante Piazza Mercantile. Lì, venivano legati a quel fusto di marmo bianco, offerti agli occhi curiosi e, talvolta, beffardi della folla. Ecco perché, ancora oggi, passeggiando tra questi antichi basolati, sento risuonare il nome di quella colonna: la Colonna della Giustizia, anche se un sussurro popolare la connota in modo più severo, chiamandola Colonna Infame.
La sua presenza è innegabile, proprio lì, accanto all’austero Palazzo del Sedile, quasi a voler ricordare le alterne vicende umane. La sua sommità è ornata da una sfera, quasi un globo che tutto osserva, e alla base, un leone di pietra accovacciato sembra vegliare. Sul suo petto, scolpite nella pietra, risuonano le parole latine: “Custos Iusticiae”, custode della giustizia. Un monito silenzioso, un’eco di un passato in cui la giustizia si manifestava in forme così… dirette. Alcuni studiosi, con la loro sapienza, fanno risalire questa colonna alla metà del Cinquecento, voluta, pare, da Pietro di Toledo, il viceré spagnolo. Si dice che il suo intento fosse quello di ammorbidire la pena della berlina, rendendola, forse, meno cruenta. Così, quella colonna divenne una sorta di gogna cittadina, certo, meno affilata, ma pur sempre umiliante: i condannati venivano fatti sedere a cavallo di quel leone di pietra, con il fondoschiena esposto e le mani strette al freddo marmo della colonna.
Ma il tempo, si sa, è un gran narratore di paradossi. Se un tempo era quella colonna a “punire”, a esporre le debolezze umane, oggi sembra che le sorti si siano tristemente invertite. La Colonna della Giustizia, testimone muta di secoli di storia, è diventata un bersaglio, un’attrazione per la cieca furia dei vandali. Ricordo ancora quel febbraio del 2013, quando una crepa si aprì alla sua base, una ferita inflitta all’anima di questa pietra. Gli abitanti di queste strade strette e piene di storie mi raccontano, con un velo di tristezza nella voce, di gruppi di ragazzini che, sera dopo sera, prendono a calci la colonna, che si arrampicano irriverenti sul leone, che imbrattano la sua superficie con scritte senza senso. Un oltraggio alla storia, alla memoria di questa città. Eppure, una scintilla di speranza si accende nei progetti dell’Amministrazione comunale, in sinergia con i commercianti che animano queste antiche vie. Si parla della realizzazione di un’aiuola recintata, un abbraccio verde per proteggere questo simbolo. Ma, ahimè, per ora tutto resta immobile, in attesa di concretizzarsi. E io, passeggiando ancora oggi accanto a questa colonna, sento un misto di malinconia e di speranza, guardando questo Custos Iusticiae ferito, ma ancora lì, nel cuore pulsante della mia amata Bari Vecchia.

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