Fabrizio Corona

Fabrizio Corona è la risposta italiana alla domanda che nessuno aveva posto: “Cosa succede se metti insieme un paparazzo, un narcisista e un’industria del gossip in crisi d’identità?”

Ex re dei paparazzi, ex detenuto, ex di tutto (tranne che dell’attenzione mediatica), Corona ha fatto della sua vita un reality show senza sigla di chiusura.

È un maestro nell’arte della resurrezione: appena pensi che sia sparito, eccolo risorgere in tv, nei tribunali, su Instagram o in qualche rissa verbale con personaggi la cui rilevanza è pari solo alla sua.

È il martire moderno dell’epoca del “parlatene, purché male”: perseguitato dalla giustizia, dalle telecamere, da sé stesso e – occasionalmente – dai parrucchieri.

Vede complotti ovunque, anche quando gli portano il caffè, e ogni intervista è un’epica autobiografia di 45 minuti in cui riesce a dire “io” più volte di un influencer sotto psicotropi.

Ma non si può negare il genio: riuscire a vivere per anni di sola esposizione mediatica senza alcuna attività riconoscibile è quasi un’arte concettuale.

Se Marina Abramović facesse trash, si chiamerebbe Fabrizio Corona.

In fondo, l’Italia ama i suoi eroi tragici e sopra le righe. E lui, dal suo piedistallo traballante, ci guarda e ci dice: “Io sono la vostra verità più scomoda”. E forse, in un certo senso, ha pure ragione. Ma che noia sarebbe ammetterlo.

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