Piero Sansonetti è, senza dubbio, una delle voci più originali, controverse e libere del giornalismo italiano contemporaneo.

Editorialista, polemista, direttore di giornali da Liberazione a Il Dubbio, fino al Riformista Sansonetti ha costruito la sua identità pubblica su un principio che, nel panorama attuale, appare sempre più raro: la volontà radicale di pensare con la propria testa, anche (o soprattutto) quando questo significa esporsi, dissentire, non piacere.

La sua figura sfugge alle categorie facili.

Ex comunista, ma mai dogmatico.

Progressista, ma critico verso il conformismo del “politicamente corretto”.

Liberale nel senso più profondo, non economico ma culturale, nel rispetto delle differenze e nella difesa tenace dei diritti, soprattutto quelli dei più fragili, dei marginali, degli accusati.

E proprio questo è forse il filo rosso della sua carriera: una costante, spesso solitaria, battaglia garantista in un’Italia dove la giustizia è troppo spesso usata come strumento politico, mediatico o morale.

Sansonetti ha avuto il coraggio di andare contro il vento, anche nei momenti più difficili.

Lo ha fatto difendendo il diritto alla difesa, opponendosi a giustizialismi di sinistra e di destra, smascherando l’ipocrisia di certi processi sommari condotti più nei talk show che nei tribunali.

In un Paese dove il sospetto vale spesso più della sentenza, la sua voce ha rappresentato un presidio di razionalità giuridica e civiltà democratica.

Il suo stile è diretto, polemico, provocatorio.

Ma non gratuito. Sansonetti non cerca lo scandalo, cerca il dibattito.

Non insegue il consenso, ma la complessità.

E se talvolta il suo tono può sembrare spigoloso, è perché rifugge le ambiguità.

Anche questo lo rende scomodo, spesso inviso ai salotti della sinistra benpensante, ma per questo ancora più necessario.

In una cultura pubblica sempre più polarizzata, la sua è una voce che invita alla riflessione, anche quando ci costringe a rivedere le nostre certezze.

Non si può parlare di Sansonetti senza ricordare il suo impegno nel rilancio del quotidiano Il Riformista, che sotto la sua direzione è diventato un laboratorio di idee, talvolta urticante, ma sempre vivo, sempre politico, nel senso più nobile del termine.

Ha saputo ridare centralità a una forma di giornalismo che si assume responsabilità, che prende posizione, che non teme di essere minoritario se questo serve a dire ciò che altri tacciono.

La sua passione civile non è mai scivolata nel cinismo. Sansonetti crede ancora nella parola scritta, nella funzione pubblica dell’intellettuale, nel ruolo del giornalismo come coscienza critica del potere.

In questo senso, la sua figura si avvicina più alla tradizione laica e illuminista che a quella della militanza cieca.

È, in fondo, un uomo di frontiera, uno che abita le crepe del sistema, e da lì osserva, denuncia, suggerisce.

In un’epoca dove l’informazione si appiattisce, dove le testate sembrano gareggiare per non disturbare nessuno, Piero Sansonetti continua a disturbare.

E questo è, forse, il suo gesto più politico.

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