Milano, 1922 – Parigi, 2000
è stato un artista appartato ma profondissimo, che ha attraversato il Novecento con uno sguardo visionario, tra segno e parola, tra immagine e memoria.
Pittore, poeta, intellettuale, Peverelli ha saputo costruire un mondo immaginario denso, fatto di simboli, paesaggi interiori e frammenti lirici, dove l’onirico si intreccia con il quotidiano.
Formatosi all’Accademia di Brera, Peverelli inizia a esporre negli anni ’40, segnalandosi per una pittura che sin dall’inizio sfugge alle etichette.
Nel secondo dopoguerra entra in contatto con figure come Quasimodo, Raffaele Carrieri, Emilio Tadini, e il suo lavoro si nutre anche di letteratura e psicoanalisi. Non a caso, la sua pittura sembra spesso un sogno raccontato a bassa voce, un diario di visioni tracciato con rigore e stupore.
Negli anni ’50 e ’60 Peverelli si trasferisce a Parigi, dove stringe legami con il mondo surrealista e con artisti come Max Ernst. Ma non si lascia assorbire: resta sempre in bilico tra figurazione e astrazione, tra gesto e costruzione. Le sue tele si popolano di segni sottili, presenze evanescenti, architetture instabili, dove il tempo si stratifica come in una palinsesto. È un mondo sospeso, a volte inquieto, sempre intensamente poetico.
Peverelli ha lavorato molto anche con la scrittura, collaborando con poeti e pubblicando raccolte dove parola e immagine si rispecchiano. Il suo è un percorso coerente, silenzioso ma intenso, fatto di ascolto e di visione. Un artista “notturno”, ma non oscuro: semmai lunare, rarefatto, profondo.
Oggi, rileggere Cesare Peverelli significa riscoprire la possibilità di una pittura mentale, meditativa, dove ogni forma è un simbolo, ogni segno una traccia dell’inconscio. È una lezione preziosa per chi cerca, anche nell’arte contemporanea, uno spazio per l’interiorità, il sogno, la parola che non urla ma resta.

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