DINO BASALDELLA

1919–1977,

insieme ai fratelli Afro e Mirko, rappresenta uno dei vertici dell’arte italiana del dopoguerra.

Eppure, tra i tre, Dino è forse il più appartato, il più ermetico, ma anche il più intensamente legato alla materia, alla scultura come forma primigenia, come atto di scavo nella memoria e nel mito.

Nato a Udine, cresce in un ambiente familiare dove l’arte è una lingua quotidiana.

Il padre, Leo, è un artista e artigiano capace, che trasmette ai figli una profonda conoscenza dei materiali.

Dino, in particolare, sviluppa un rapporto quasi mistico con la materia: la lavora, la aggredisce, la ascolta.

Bronzo, ferro, legno, cemento: ogni materiale diventa un corpo vivo da trasformare.

La sua opera si situa a metà strada tra arcaico e moderno.

Le sue figure totemiche, i suoi animali fantastici, i suoi esseri ibridi sembrano affiorare da una civiltà perduta, ma parlano anche il linguaggio dell’inconscio contemporaneo.

C’è in lui una tensione costante tra l’istinto e la forma, tra il caos e la costruzione.

Le sue sculture non sono mai fredde o decorative: sono pulsanti, drammatiche, a volte ferite.

Negli anni ’50 e ’60, Dino Basaldella afferma una voce inconfondibile nel panorama internazionale.

Insegna a Brera, partecipa a mostre prestigiose, ma resta lontano dalle mode.

Preferisce il silenzio della fucina al clamore del sistema dell’arte.

E mentre l’arte concettuale avanza, lui continua a cercare una verità più antica, più profonda, scolpendola con ostinazione.

Centrale nella sua poetica è il rapporto con il mito.

Ma non si tratta di un ritorno accademico al classico: i suoi miti sono viscerali, inquieti, spesso tragici.

Figure come Icaro, Minotauro, Prometeo prendono forma nei suoi bronzi come simboli della condizione umana: la sfida, la condanna, il desiderio di superare i limiti e il dolore del fallimento.

C’è un aspetto fortemente etico nell’opera di Dino Basaldella: un’urgenza espressiva che non cerca compiacimento.

Le sue opere sono dense, spesso grezze, ma mai improvvisate.

Ogni frammento è pensato, ogni ferita è necessaria.

È un’arte che richiede silenzio, attenzione, ascolto.

Un’arte che si oppone all’eccesso di parola e all’estetizzazione dell’arte pubblica.

Oggi, tornare a Dino Basaldella significa riscoprire un linguaggio originario della scultura: una voce che viene da lontano e che, pur non gridando, arriva diretta.

È il suono sordo del metallo battuto, il respiro caldo del bronzo fuso, la poesia di una materia che si fa corpo e simbolo.

In un tempo in cui la leggerezza e la smaterializzazione sembrano regnare, la scultura di Dino ci ricorda che esiste ancora uno spazio per il peso, per la presenza, per l’intensità del gesto. E forse, anche per il silenzio dell’essenziale.

Pvl

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