E’ un sistema politico e sociale in cui uno Stato riconosce ufficialmente una determinata religione, uniformando le proprie istituzioni e normative ai suoi principi e spesso subordinandosi alle autorità ecclesiastiche. Questo modello si contrappone esplicitamente al laicismo, poiché l’appartenenza religiosa degli individui può determinare diritti, doveri e ruoli nella società. In termini più generali, il confessionalismo indica anche un atteggiamento di faziosità ristretta nelle questioni religiose, o nelle controversie in cui una parte si considera depositaria della verità assoluta. Può manifestarsi in modo “manifesto”, cioè ufficiale e istituzionalizzato, oppure in modo “implicito” o “mascherato”, quando invece l’influenza religiosa sul potere è meno evidente ma comunque presente. Un esempio emblematico di confessionalismo manifesto è il Libano, dove, in base al Patto Nazionale del 1943 e gli Accordi di Ta’if del 1989, le cariche politiche sono distribuite tra gruppi religiosi diversi: il primo ministro è sunnita, il presidente della Repubblica è un cristiano maronita e il presidente del parlamento è sciita. Inoltre, la Costituzione libanese riserva posti nei parlamenti e autonomie educative in proporzione alla rappresentanza religiosa. Va inoltre distinto dal concetto di confessionalizzazione, processo storico che nella Riforma e in età moderna europea designa la formazione delle chiese confessionali e il disciplinamento sociale basato su norme di comportamento religiose. In sintesi, il confessionalismo è una forma di governo o atteggiamento politico che lega strettamente religione e potere civile, influenzando la struttura sociale in base all’appartenenza religiosa.
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