non è un concetto unico e immutabile : varia molto a seconda delle epoche storiche, delle correnti religiose e delle regioni dell’India.
Se guardiamo alla tradizione, soprattutto nel contesto del dharma hindu classico, la donna sposata (pativratā, cioè “devota al marito”) era idealmente tenuta a una dedizione totale al coniuge, vista come una forma di virtù religiosa. Questa fedeltà non era solo sessuale, ma anche spirituale e comportamentale: significava sostenerlo in ogni circostanza, custodire l’onore familiare, e mantenere saldo il vincolo matrimoniale anche di fronte a difficoltà, assenza o morte del marito (in testi antichi, questo si collegava persino all’ideale estremo del sati, oggi abolito e condannato).
Nei testi epici come il Ramayana, il personaggio di Sita è un modello di pativratā: leale al marito Rama anche nelle prove più dure. Nella pratica, però, le condizioni storiche e sociali erano (e sono) molto più sfumate: oggi, soprattutto in contesti urbani e globalizzati, l’idea di fedeltà è vicina a quella occidentale e spesso reciproca, con un’enfasi su fiducia, rispetto e compatibilità più che su un dovere religioso assoluto.
Va anche detto che l’Hinduismo, essendo una tradizione plurale, non impone un unico codice etico: alcune correnti vedono il matrimonio come un’alleanza spirituale e affettiva fra pari, altre conservano modelli più patriarcali.

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