Questa definizione coglie perfettamente l’essenza di una bellezza che non cerca il consenso, ma si impone attraverso una sorta di ieratica distanza.
Lo statuario non è soltanto una questione di volumi o di canoni estetici prefissati, ma riguarda piuttosto la tensione che si genera tra l’immobilità della forma e la vitalità del pensiero che l’ha generata.
In questa freddezza luminosa risiede una forza quasi architettonica, capace di trasformare la presenza fisica in un simbolo che sottrae il soggetto alla caducità dell’emozione momentanea.
La compostezza diventa così un atto di resistenza contro il disordine del mondo esterno, un modo per abitare il vuoto con una dignità che trasforma il silenzio in un linguaggio solido e imperituro.
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