Il concetto di “complesso del bersaglio” non appartiene alla manualistica clinica tradizionale, ma descrive perfettamente quella dinamica psicologica in cui un individuo, sentendosi costantemente sotto tiro o vittima di circostanze avverse, ribalta il proprio ruolo attraverso l’aggressività.
Questa mutazione avviene quando il senso di vulnerabilità supera una soglia critica e la psiche adotta la difesa preventiva come unica strategia di sopravvivenza.
Il bersaglio smette di subire passivamente e inizia a percepire ogni interazione esterna come una minaccia imminente, rispondendo con una ferocia che mira a neutralizzare l’altro prima ancora che possa agire.
L’aggressività diventa allora una corazza reattiva che serve a nascondere una profonda fragilità interiore.
In questo stadio, la persona non cerca più il dialogo ma la dominazione dello spazio relazionale, convinta che solo l’attacco possa garantire l’incolumità in un mondo percepito come intrinsecamente ostile.
È un paradosso tragico dove chi teme di essere colpito finisce per colpire per primo, trasformando il proprio dolore in un’arma sociale.
L’identità di vittima si fonde con quella di carnefice in un corto circuito emotivo che rende difficile distinguere la protezione dalla sopraffazione.
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