Il superamento del multilateralismo rappresenta una delle transizioni più delicate dell’assetto geopolitico contemporaneo, segnando il passaggio da una governance globale basata su regole condivise a una frammentazione guidata da interessi nazionali competitivi.
Questa erosione non è un evento improvviso, ma il risultato di una sfiducia crescente verso le istituzioni internazionali, percepite spesso come incapaci di rispondere alle crisi sistemiche o come strumenti di un’egemonia ormai al tramonto.
Il ritorno della “realpolitik” ha trasformato il tavolo delle trattative in un campo di confronto bipolare o multipolare, dove le alleanze non si fondano più su valori universali, ma su necessità tattiche e geografiche immediate.
In questo scenario, il dialogo collettivo cede il passo al minilateralismo, ovvero ad accordi ristretti tra pochi attori che preferiscono l’efficacia d’azione alla legittimità del consenso globale.
La mia fine del sogno multilaterale ci pone di fronte a un mondo in cui la stabilità non è più garantita da trattati formali, ma da un equilibrio di forze precario, dove il silenzio delle istituzioni internazionali riflette la difficoltà di narrare una visione comune del futuro.
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