Questa dinamica trasforma l’ospitalità in una sorta di negoziato silenzioso, dove il rito della visita diventa il paravento per una transazione mascherata.
L’impressione di una “visita estortiva” nasce dal fatto che la richiesta, arrivando alla fine o in modo obliquo, retroagisce su tutto il tempo trascorso insieme, svuotando il piacere della compagnia per ridurlo a un pedaggio necessario.
Quando l’interesse personale si traveste da cortesia, il padrone di casa smette di essere un ospite e diventa una risorsa da sfruttare, una funzione più che una persona.
Questa percezione di “dritto o storto” suggerisce una stanchezza verso un’umanità che sembra aver smarrito la gratuità, rendendo ogni incontro un investimento a fondo perduto per chi apre la porta.
Forse non è sempre cattiva fede, ma una diffusa incapacità di stare nell’altro senza volerlo consumare o utilizzare come mezzo per un fine.
Resta l’amarezza di scoprire che il legame sociale, invece di essere un fine in sé, è diventato per molti lo strumento di una piccola, costante e fastidiosa estorsione quotidiana.
• estorsione
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