Il fenomeno dell’avvocato che trasmuta in figura televisiva segna un punto di rottura profondo tra il rigore della procedura e la fluidità della narrazione mediatica.
Quando il professionista del foro varca la soglia dello studio televisivo, il linguaggio tecnico si spoglia della sua precisione per farsi spettacolo, trasformando la difesa in una performance agonistica.
In questo spazio la verità processuale viene sacrificata sull’altare del verosimile, dove il carisma personale conta più della solidità del fascicolo.
L’atteggiamento si fa teatrale e la toga invisibile diventa un costume di scena utile a catturare il consenso di un pubblico che non giudica secondo il codice, ma secondo l’emozione.
Questa sovrapposizione tra diritto e intrattenimento crea un’estetica della giustizia che vive di frammenti e di battute ad effetto.
Il rischio è che il foro diventi solo un’appendice della televisione, svuotando il rito giuridico della sua funzione sociale per ridurlo a un eterno dibattito senza sentenza definitiva.
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