Evoca un’immagine cruda che sembra emergere direttamente dalle profondità dell’inconscio.
In questa azione si consuma una sorta di paradosso visivo dove la carne diventa il supporto di una scrittura violenta e involontaria.
L’unghia si fa scalpello non per costruire ma per scavare e portare alla luce un dolore che di giorno rimane sepolto sotto la pelle integra.
Quello che avviene nel buio del sonno non è soltanto un atto di autoaggressione ma un tentativo estremo di comunicazione con se stessi.
Il sangue che sgorga ridisegna i lineamenti originari sostituendo l’identità quotidiana con un’alterità tragica e irriconoscibile.
La maschera non serve più a nascondere ma diventa l’unica verità visibile di un tormento che non trova parole per essere espresso.
In questa metamorfosi la distruzione del viso segna il confine tra l’integrità dell’Io e la sua frammentazione.
L’orrore che si prova davanti allo specchio il mattino seguente è lo scontro frontale con la parte di noi che abita l’ombra.
È il segno tangibile di una battaglia silenziosa che richiede di essere guardata con una profondità che vada oltre la semplice ferita fisica.
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