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La dottrina del Velayat-e Faqih

La dottrina del Velayat-e Faqih rappresenta il pilastro teologico e politico su cui poggia l’architettura istituzionale della Repubblica Islamica dell’Iran.

Sviluppata sistematicamente dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini durante il suo esilio negli anni settanta, questa teoria ribalta secoli di quietismo sciita per affermare che, in assenza dell’Imam Nascosto, il potere temporale e spirituale debba essere esercitato da un giurista islamico (Faqih) dotato di eccellenza morale e profonda conoscenza della Shari’a.

Il nucleo del concetto risiede nella convinzione che la legge divina non possa rimanere inapplicata in attesa del ritorno messianico dell’Imam, rendendo necessaria una guida che garantisca la giustizia e l’ordine sociale secondo i precetti coranici.

Il giureconsulto non è considerato infallibile come i dodici Imam, ma la sua autorità è vista come un’estensione della loro funzione di tutela sulla comunità dei fedeli.

Questa visione trasforma il clero da semplice interprete della legge a detentore effettivo della sovranità politica, ponendo il Guida Suprema al vertice di ogni decisione statale.

L’applicazione pratica di questa dottrina ha creato un sistema duale unico al mondo, dove le istituzioni repubblicane e i processi elettorali convivono con organi di supervisione clericale non elettivi.

Tuttavia, all’interno dello stesso mondo sciita, la “tutela assoluta” del giureconsulto rimane un tema di intenso dibattito teologico, poiché diverse scuole di pensiero sostengono ancora che il ruolo dei religiosi dovrebbe limitarsi alla consulenza etica e legale, lasciando la gestione politica alla società civile.

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