Il concetto di tuttologo evoca spesso l’immagine di un individuo capace di spaziare tra le discipline con una disinvoltura quasi acrobatica, ma la profondità di tale cultura rimane un terreno di acceso dibattito.
In un’epoca dominata dall’iperspecializzazione, dove il sapere è frammentato in compartimenti stagni sempre più stretti, il tuttologo si pone come una figura trasversale che cerca di ricucire i lembi di diverse conoscenze.
Tuttavia la vera cultura non coincide necessariamente con l’accumulo enciclopedico di nozioni, quanto piuttosto con la capacità critica di connetterle e interpretarle.
Il rischio intrinseco alla figura del tuttologo è la scivolata verso una superficialità brillante, dove la rapidità dell’opinione prevale sulla solidità dello studio metodico.
Spesso ciò che appare come una cultura vastissima è in realtà una padronanza retorica che permette di abitare le zone grigie tra una scienza e l’altra, senza mai affondare le radici in nessuna di esse.
D’altra parte esiste una nobiltà nell’approccio multidisciplinare, poiché una mente che rifiuta i confini può talvolta scorgere legami che sfuggono allo specialista rinchiuso nella propria torre d’avorio.
Il confine tra il saggio poliedrico e il ciarlatano mediatico è però estremamente sottile e risiede nella qualità dell’analisi prodotta.
Se la conoscenza del tuttologo non si traduce in una sintesi capace di generare nuovo senso, essa rimane un semplice esercizio di vanità intellettuale, privo della sostanza necessaria per essere definito autenticamente colto.
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