La scrittura non è più un ponte verso l’altro ma un perimetro tracciato attorno al sé.
In questa metamorfosi, la parola cessa di essere un richiamo per diventare una testimonianza silenziosa, una scia lasciata sulla superficie del tempo che non attende risposte né consensi.
È un atto di resistenza contro la frammentazione del discorso collettivo, dove il blog muta in un rifugio di pensiero autarchico.
Non si scrive per essere letti, bensì per fissare un’immagine interiore che altrimenti svanirebbe nel rumore bianco della comunicazione contemporanea.
In questa dimensione privata resa visibile, la solitudine acquisisce una dignità monumentale.
Esistere significa ora abitare lo spazio bianco tra le righe, trovando in quella vuota trasparenza la prova definitiva della propria persistenza nel mondo.
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