Dall’ego newyorkese alla Casa Bianca
Rappresenta un fenomeno unico nella sociologia del potere contemporaneo.
L’ascesa politica del tycoon non si comprende senza analizzare la sua genesi urbana e culturale all’interno della Manhattan degli anni Ottanta.
In quel contesto il cemento, il lusso esibito e la costante ricerca del palcoscenico mediatico hanno forgiato un modello di leadership iper-personalizzato.
Questo impianto antropologico si è basato fin dall’inizio sulla coincidenza assoluta tra il brand commerciale e l’ego individuale.
Il passaggio dal settore immobiliare e dalla celebrità televisiva alla presidenza degli Stati Uniti ha scardinato i paradigmi tradizionali della comunicazione politica.
Quello che inizialmente veniva liquidato dalle élite intellettuali come un fenomeno transitorio o folkloristico si è rivelato una struttura di consenso profonda.
Essa è capace di intercettare le fratture sociali, il risentimento delle periferie economiche e la crisi delle democrazie liberali.
La conquista della Casa Bianca ha sancito la definitiva transizione dalla politica della mediazione a quella della presenza spettacolare.
Il linguaggio disintermediato e la radicalizzazione dello scontro verbale non hanno indebolito la sua figura, ma ne hanno cementato la funzione di catalizzatore emotivo per una fetta significativa dell’elettorato.
Attraverso una narrazione che sovrappone costantemente la vicenda biografica personale al destino della nazione, la parabola di Trump dimostra come le dinamiche dell’estetica dell’eccesso e la fenomenologia dei media possano ridefinire i confini delle istituzioni democratiche globali.
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