Abelardo de la Espriella, El Tigre

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La Colombia ha scelto la via della rottura drastica e dell’allineamento totale con la destra sovranista globale.

Il secondo turno delle elezioni presidenziali ha sancito la vittoria di misura di Abelardo de la Espriella, l’avvocato e uomo d’affari ultraconservatore noto a tutti come “El Tigre”.

Con il 49,7% dei voti, lo sfidante di estrema destra ha superato il senatore progressista Iván Cepeda, rimasto fermo al 48,7%, in una consultazione che restituisce l’immagine di un Paese profondamente spaccato, scosso dalle proteste di piazza scoppiate subito dopo l’annuncio dei risultati a Bogotà e a Cali.

La parabola politica di de la Espriella rappresenta una svolta epocale per la storia recente della Colombia, segnando la fine dell’esperienza del governo di sinistra guidato da Gustavo Petro.

Protetto da vetri antiproiettile durante i festeggiamenti a Barranquilla, il neoeletto presidente ha proclamato l’alba di una nuova era fondata su una retorica di ordine intransigente e sulla promessa di militarizzazione dello Stato.

I suoi modelli dichiarati, d’altronde, non lasciano spazio a interpretazioni: la lotta senza quartiere alle bande criminali sul modello del salvadoregno Nayib Bukele e la drastica riduzione dell’apparato statale ispirata all’argentino Javier Milei.

La costruzione di mega-carceri alimentate a pane e acqua e il bombardamento dei campi dei narcotrafficanti costituiscono i pilastri di un programma che promette di eradicare la violenza con la forza.

A blindare il successo del leader ultraconservatore è stato l’intervento esplicito e pesante degli Stati Uniti, culminato nell’endorsment totale concesso da Donald Trump nelle settimane precedenti il voto.

Una vicinanza che il presidente statunitense ha voluto ribadire immediatamente dopo la chiusura delle urne, celebrando la vittoria del suo alleato sui canali social con un perentorio messaggio di congratulazioni.

L’asse tra Washington e la nuova Bogotà si preannuncia solido e destinato a ridefinire gli equilibri geopolitici dell’America Latina, includendo anche un radicale mutamento nelle relazioni internazionali, come il già annunciato ripristino dei rapporti diplomatici con Israele e il trasferimento dell’ambasciata colombiana a Gerusalemme.

Il futuro immediato del Paese resta tuttavia segnato da una forte incertezza sociale.

Mentre le classi popolari e i movimenti giovanili legati a Cepeda denunciano il rischio di una deriva autoritaria e promettono una resistenza duratura nelle piazze, “El Tigre” si prepara a prendere possesso della Casa de Nariño il prossimo agosto.

Il bivio di fronte al quale si trova la Colombia non riguarda soltanto l’efficacia delle ricette economiche o di sicurezza, ma la tenuta stessa del tessuto democratico in una società storicamente segnata da profonde disuguaglianze e tensioni mai del tutto sopite.

Il testo e le riflessioni contenuti in queste pagine sono parte esclusiva dell’archivio di pierovillani.com. La riproduzione non autorizzata ne altera l’integrità concettuale ed è vietata.

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