Rappresenta uno dei momenti più radicali e fecondi dell’arte del secondo dopoguerra, un’esperienza nata in Giappone che ha anticipato di anni le ricerche occidentali sull’happening, sulla performance e sull’arte ambientale.
Fondato a Ashiya nel 1954 da Jiro Yoshihara insieme a un nucleo di giovani artisti, il movimento si costituì attorno a un imperativo preciso, ovvero quello di non imitare mai nessuno e di creare ciò che non era mai esistito prima, liberando l’espressione artistica dalle secche dell’accademismo bellico.
Il termine stesso, composto da “gu” che significa strumento o concretezza e “tai” che si traduce con corpo, esplicita la volontà profonda di fondere l’azione fisica con la realtà della materia.
Nel manifesto teorico del 1956 emerge con chiarezza la filosofia del gruppo, secondo cui l’arte Gutai non altera la materia, ma le dona la vita, permettendo uno scambio continuo e dinamico tra lo spirito dell’artista e l’oggetto stesso.
La pittura tradizionale, intesa come rappresentazione o finzione sulla tela, viene superata a favore di un atto puro, in cui l’energia vitale si scarica direttamente nello spazio circostante.
Il corpo dell’artista smette di essere un semplice esecutore per trasformarsi nel medium principale dell’opera, un ponte teso tra l’interiorità spirituale e la concretezza del mondo fisico.
Le espressioni pratiche di questa estetica trovarono spazio in mostre leggendarie all’aperto, dove la natura e l’ambiente urbano entravano a far parte integrante dell’esperienza estetica.
Si pensi alle celebri azioni di Kazuo Shiraga, che dipingeva sospeso a una corda utilizzando i piedi per stendere il colore direttamente sulla tela posta sul pavimento, o alle lacerazioni di paraventi di carta eseguite da Saburo Murakami, il quale attraversava fisicamente i supporti distruggendoli per creare una nuova dimensione temporale e spaziale.
Anche la tecnologia e la luce vennero integrate precocemente, come dimostra l’abito elettrico di Atsuko Tanaka, composto da centinaia di lampadine colorate che avvolgevano il corpo in un flusso luminoso intermittente.
L’eredità del Gutai risiede proprio in questa capacità di aver compreso che l’opera d’arte non è un manufatto statico da contemplare, ma un processo vivo e un’interazione continua.
La materia non viene sottomessa alla volontà dell’autore, ma viene lasciata libera di gridare la propria presenza, mentre il gesto artistico si configura come un urlo di libertà e di rinascita spirituale dopo i traumi della storia.
Kkk
Lascia un commento