Martin Heidegger

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A CINQUANT’ANNI DALLA SCOMPARSA di Martin Heidegger, l’eredità del pensatore di Meßkirch continua a proiettare una luce tanto vivida quanto problematica sul panorama culturale contemporaneo.

Il fascino esercitato dalla sua radicale ontologia si scontra inevitabilmente con la repulsione per la sua adesione formale al nazionalsocialismo, un legame che l’apertura dei Quaderni Neri ha ulteriormente esposto al giudizio della storia.

Eppure, l’essenza del suo percorso intellettuale non può essere confinata esclusivamente in questa pur drammatica colpa politica.

La sua indagine si è mossa attorno alla necessità di scardinare l’oblio dell’essere, quella dimenticanza profonda in cui l’Occidente è sprofondato riducendo l’esistenza a mera misurazione, calcolo e manipolazione scientifica.

Nel silenzio protettivo della sua leggendaria baita a Todtnauberg, immersa nella Foresta Nera, Heidegger ha cercato di restituire al pensiero la sua vocazione originaria, lontana dalle distrazioni della modernità metropolitana.

Proprio in quel ritiro ha preso forma la sua lucida e profetica critica alla tecnica, intesa non come insieme di strumenti tecnologici, ma come un vero e proprio assetto metafisico che impone il dominio totale dell’uomo sulla natura e su se stesso.

Oggi, di fronte alle sfide inedite poste dallo sviluppo nucleare e dalla pervasività dell’intelligenza artificiale, le sue riflessioni acquistano una pertinenza persino superiore a quella della sua epoca, richiamandoci al dovere di abitare il mondo senza pretendere di consumarlo.

Il testo e le riflessioni contenuti in queste pagine sono parte esclusiva dell’archivio di pierovillani.com. La riproduzione non autorizzata ne altera l’integrità concettuale ed è vietata.

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