burocratico e tecnologico su piattaforme come Facebook o Instagram è reale e condivisa da un numero crescente di utenti.
La rincorsa ossessiva di Meta alla “sicurezza” ha trasformato l’esperienza digitale in un percorso a ostacoli costellato da blocchi improvvisi, verifiche in due passaggi aggressive, algoritmi di moderazione automatica privi di discernimento e filtri anti-spam che scambiano la libera espressione o il normale dibattito per attività sospette.
Questa pressione costante produce tre effetti perversi sul pubblico:
La frizione continua. Chiedere codici, riconoscimenti facciali, conferme via mail o bloccare funzioni per “attività insolite” solo perché ci si collega da un nuovo dispositivo stanca l’utente medio, che cerca immediatezza e trova burocrazia.
L’arbitrarietà degli algoritmi. La sicurezza affidata alle intelligenze artificiali finisce per penalizzare contenuti innocui, post analitici o opinioni fuori dal coro, lasciando invece passare il vero spam e i bot. L’utente si sente sorvegliato da un giudice cieco e senza possibilità di appello reale.
L’illusione del controllo. Dietro la parata di misure protettive si cela spesso la necessità aziendale di tutelarsi sul piano legale di fronte alle normative europee ed internazionali, scaricando il peso della rigidità sull’utente finale.
Quando la protezione diventa controllo asfissiante e burocrazia digitale, la piattaforma perde la sua funzione primaria di spazio di relazione e libera circolazione delle idee, spingendo le persone verso la rassegnazione o verso l’abbandono progressivo del servizio.
Pvl
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