Distinguere la sana preservazione del sé dalla cecità verso l’altro. Esiste una sfumatura concettuale fin troppo spesso travisata nel giudizio morale comune: la sovrapposizione tra la tutela dello spazio individuale e la pura indifferenza per il mondo esterno. La cultura della rinuncia e dell’abnegazione ha a lungo dipinto la cura di sé come una colpa, marchiando come egoismo ogni gesto volto a tracciare un confine protettivo attorno alla propria integrità. Eppure, senza quel confine, non esiste un centro saldo da cui muovere verso l’esterno. La sana preservazione del sé è la precondizione di qualsiasi relazione autentica. Consiste nel riconoscimento delle proprie risorse, dei propri limiti e della necessità fondamentale di difendere la propria coerenza interiore. Chi non sa dire di no, chi smarrisce la propria centralità per compiacere o per conformarsi, non offre generosità, ma soltanto un’ombra diluita di se stesso. La preservazione è un atto di rispetto vitale che restituisce densità alla presenza del singolo. L’egoismo vero e proprio comincia dove la tutela del sé diventa cieca, incapace di percepire l’altro se non come ostacolo o come semplice strumento di conferma personale. Non è la presenza del confine ad accentuare l’egoismo, ma la sua trasformazione in un muro opaco che impedisce la visione e l’ascolto della realtà altrui. L’egoista non è chi custodisce il proprio spazio, ma chi nega l’esistenza dello spazio dell’altro. Distinguere tra la custodia della propria vita e la cecità verso l’altro significa definire il perimetro del proprio essere senza per questo smettere di guardare oltre la soglia.
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