L’infedeltà a se stessi

Quando tradire l’altro è soltanto l’eco di una frattura interiore. Si tende spesso a misurare il tradimento esclusivamente sulla base della frattura di un patto esterno, di una promessa infranta tra due persone. Eppure, la dinamica dell’infedeltà affonda quasi sempre le sue radici in un territorio assai più intimo e silenzioso, dove l’altro non è che un riflesso accidentale. Prima di manifestarsi nel rapporto verso l’esterno, il tradimento avviene verso l’interno, nel progressivo allontanamento dai propri bisogni, dai propri valori o dalla propria verità profonda. Quando l’architettura della propria vita quotidiana diventa la messa in scena di un’identità presa in prestito, la frattura si fa inevitabile. Il gesto d’infedeltà compiuto nei confronti dell’altro si rivela allora come un sintomo grottesco e disperato: il tentativo sconnesso di cercare fuori da sé quella discontinuità che non si ha il coraggio di affrontare dentro. Non è necessariamente la ricerca di un nuovo legame, quanto l’illusione di poter rincontrare una parte dimenticata di sé attraverso uno specchio estraneo. L’errore sta nell’attribuire al tradimento esterno il ruolo di causa primaria, quando esso è soltanto l’eco tardiva di un compromesso interiore ormai insostenibile. La mancanza di lealtà verso gli altri è la diretta conseguenza di una prolungata disattenzione verso la propria natura. Reintegrare questa frattura richiede la forza di guardare oltre la superficie dell’atto per affrontare la domanda fondamentale: in quale punto preciso della nostra storia abbiamo iniziato a tradire la nostra verità?

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