Le Upanishad costituiscono la sezione conclusiva dei Veda e rappresentano il cuore speculativo e metafisico del pensiero indiano antico.
Composte prevalentemente tra l’VIII e il V secolo a.C., queste opere segnano il passaggio da una religione incentrata sul rituale esteriore e sul sacrificio ad una ricerca interiore fondata sulla conoscenza e sulla meditazione.
Il termine stesso deriva dalle radici sanscrite upa (vicino), ni (giù) e sad (sedersi), indicando l’atto di sedersi ai piedi di un maestro per riceverne l’insegnamento riservato e profondo.
Al centro della riflessione upanishadica vi è l’identità tra il Brahman, l’unico principio assoluto e impersonale che sostiene l’universo, e l’Atman, l’essenza spirituale e immortale presente in ogni individuo.
Questa intuizione fondamentale viene sintetizzata nella celebre formula Tat Tvam Asi (Tu sei Quello), che esprime il superamento dell’illusione della separazione (Maya).
Dalla comprensione diretta di questa unità deriva la liberazione (Moksha) dal ciclo delle rinascite (Samsara), determinato dalla legge del Karma.
Tra le oltre cento Upanishad giunte fino a noi, le tredici più antiche e autorevoli, dette Mukhya Upanishad, includono testi fondamentali come la Brihadaranyaka, la Chandogya, la Katha e la Mandukya.
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