La distanza cartografica tra Italia e Grecia sfuma spesso di fronte alla densità di un dialogo che non ha mai smesso di scorrere lungo le rotte del Mediterraneo.
All’Istituto Italiano di Cultura di Atene la mostra “Così, distanti, ci veniamo incontro.
Geografie di prossimità”, curata da Leonardo Regano per la Giornata del Contemporaneo di AMACI, sceglie di esplorare questo legame senza cedere alla nostalgia o alle facili idealizzazioni della comune matrice classica.
Il titolo stesso, mutuato da un verso di Vittorio Sereni nella poesia La ragazza di Atene, suggerisce una dimensione in cui l’incontro si fa memoria viva, materia dinamica e cantiere aperto.
La classicità non appare come un monumento immobile, ma come un’eredità in costante rielaborazione attraverso le tensioni del presente.
Le opere di artisti come Marta Roberti o Giovanna Caimmi mostrano come l’antico possa essere evocato o persino cortocircuitato dalla tecnologia e dal linguaggio visivo contemporaneo, mentre interventi come quello di Katerina Botsari trasformano la solennità delle forme tradizionali in strutture composte da materiali edili e industriali.
Oltre ai rimandi iconografici, la prossimità si traduce in pratiche concrete, gesti manuali e spostamenti fisici.
La ricerca sui manufatti e sulle tecniche tessili storiche — come la lavorazione del Kourelou, speculare alle tradizionali strazzule o ai pezzotti della tradizione italiana — evidenzia un patrimonio immateriale che viaggia attraverso il riuso e la trasmissione del sapere.
L’esperienza urbana e quotidiana di artisti radicati ad Atene, da Lucia Bricco al collettivo Invisible Ensemble, restituisce invece la trama di una città fatta di architetture rarefatte ma anche di dispositivi di sorveglianza e controllo che definiscono i confini dell’abitare moderno.
Il percorso espositivo non tace le ombre e le contraddizioni del bacino mediterraneo.
Il mare condiviso diviene teatro di narrazioni stridenti, dove la dimensione del turismo di massa si sovrappone a quella delle emergenze migratorie.
Negli sguardi di Marcella Vanzo o nelle rielaborazioni degli elementi balneari di Vasilis Papageorgiou, l’apparente neutralità del paesaggio marittimo rivela la pressione economica e le disparità sociali che lo attraversano.
Le vere geografie di prossimità finiscono così per sovvertire le linee rigide tracciate dalle carte geografiche.
Si rivelano trame costruite dall’accumulo di immagini, dai gesti quotidiani, dalle memorie individuali e dalle rotte che continuano a tracciare la superficie dell’acqua, ricordandoci che la vicinanza è prima di tutto un processo in continuo divenire.
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