C’è una grammatica segreta nella moda da palcoscenico italiana, fatta di lustrini, maniche a pipistrello, sete fluttuanti e impalpabili sogni anni ’70. In questo universo, una figura si staglia come regina della vaporosità esoterica: Romina Power. I suoi vestaglioni, icone tessili di una femminilità eterea e vagamente hippie, non sono semplici abiti: sono dichiarazioni di stile, tentativi di volo, tappeti magici sotto forma di kimono.
Al confronto, i pur dignitosissimi e sfavillanti caftani di Orietta Berti sembrano esercizi di buona volontà sartoriale. Orietta ha lustrini, ha colori, ha persino fenicotteri, ma non ha quella grazia senza peso, quella aura da principessa di una nazione inventata che Romina porta con sé.
Dove Orietta è pop-pop-pop, Romina è pop-soul, con punte di mistica californiana.
Non si tratta solo di stoffa, ma di postura, di aura, di mitologia personale. Orietta abita il kitsch con la gioia di chi sa ridere e far ridere. Romina, invece, lo eleva a rituale di libertà femminile, con lo sguardo ancora perso tra Big Sur e le notti di Sanremo.
In sintesi: entrambe leggendarie, ma Romina gioca in un’altra galassia.

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