Piero Villani . Le contraddizioni tra colori e forme astruse, tra magia e follia.

C’è un momento nella traiettoria imprevedibile di certi artisti, in cui la coerenza si sfalda, si frantuma, si abbandona a qualcosa di più profondo e indomabile. Quel momento per Piero Villani, astrattista di razza e di spirito, esplose in un mese preciso maggio 2018 come una ferita e un’apertura.

Fu allora che le sue contraddizioni diventarono non più difetti da nascondere, ma vene da cui lasciar sgorgare verità scomode, necessarie, viscerali.

Villani non ha mai amato la linearità. La sua arte nasce e si alimenta proprio da questa tensione continua tra forze opposte : equilibrio e squilibrio, intuizione e razionalità, silenzio e clangore.

Il suo gesto pittorico è istintivo ma calibrato, come quello di un funambolo che, barcollando, sa perfettamente dove andare.

In lui la pittura non è mai decorazione : è bisogno, è urgenza, è esercizio spirituale.

Colori e forme astruse apparentemente incomprensibili, si trasformano sulla tela in mappe interiori, in linguaggi non verbali che parlano a chi ha il coraggio di ascoltarli. Rosso vermiglione, giallo Senegal, verde smeraldo: non sono soltanto tinte, ma emozioni purissime che Villani impugna come spade o accarezza come piume, a seconda del momento.

Un artista abitato dall’Informale È difficile, quasi impossibile, fissare Villani in una corrente. L’informale, però, è penetrato in lui con la forza brutale di una chiamata mistica. Non l’ha cercato, ma lo ha trovato.

E da allora ha cominciato a frequentare superfici instabili, paesaggi mentali sconnessi, vibrazioni epidermiche che sfidano la forma stessa.

L’informale non è stato per lui un linguaggio estetico, ma un modo di esistere. Sulle sue tele non c’è narrazione, ma battito. Non c’è racconto, ma presenza. Non si dipingono oggetti, ma stati dell’essere. Quasi una lotta tra il visibile e l’invisibile, in cui la materia stessa sembra piegarsi al mistero dell’intuizione.

L’essere etereo senza bussola Piero Villani è un artista egocentrico nel senso più nobile del termine : profondamente centrato su se stesso, come un sacerdote del proprio mondo interiore. Il suo egocentrismo non è vanità, ma protezione; non è chiusura, ma tensione verso una verità personale e irriducibile. Il suo animo, raffinato eppure turbolento, vive in uno spazio etereo, difficile da afferrare, dove i riferimenti logici si dissolvono e restano solo vibrazioni emotive. Non ha bussola, Villani o meglio, ce l’ha, ma è tarata su coordinate che nessuno può leggere tranne lui. Naviga a vista, guidato da un istinto che spesso sconfina nella follia, ma è proprio quella follia a generare la magia che abita i suoi quadri. C’è in lui qualcosa del mistico visionario, del pittore che non dipinge ciò che vede, ma ciò che intuisce nel buio. Ogni opera è una finestra spalancata su un mondo che non si lascia definire, ma solo percepire.

Conclusione : pittore di contraddizioni e verità Piero Villani è un artista difficile da contenere, perché non cerca l’approvazione né l’interpretazione. Si muove per fratture, per ossessioni, per moti interiori. In lui convivono il rigore dell’astrazione e l’ebbrezza dell’informale, la volontà di ordine e la resa al caos. Eppure, è proprio in questa instabilità che risiede la sua forza poetica, la sua necessità. Perché Villani, più che raccontare il mondo, lo traduce in colore, lo spacca in forma, lo trasfigura in segni che non vogliono spiegare, ma far sentire. E in questo, forse, si nasconde la sua più grande verità.

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